HomeCibo per Animali«Punti cibo messi senza logica e gestione assente del Comune»

«Punti cibo messi senza logica e gestione assente del Comune»

“Una mamma e il figlio di 8 anni sono stati aggrediti su una spiaggia di Gela da un branco di cani randagi”. La notizia circola da ore, accompagnata da titoli e dichiarazioni che in realtà dicono molto poco su quanto sia effettivamente accaduto e soprattutto del contesto in cui questo episodio è maturato.

Le informazioni diffuse anche dalle autorità comunali parlano di un’aggressione avvenuta ai danni del bambino e della madre da parte di un branco in zona Macchitella. I cani, riportano le agenzie, avrebbero in un secondo momento tentato di aggredire altri bagnanti che si sono gettati in acqua per allontanarsi. La donna e il bambino sono stati portati immediatamente in ospedale, e la situazione più grave sarebbe proprio quella del piccolo, per cui è stato disposto un trasferimento a Catania.

La spiaggia su cui si è verificata l’aggressione è stata chiusa al pubblico, e il sindaco di Gela, Lucio Greco, e l’assessore Giuseppe Licata hanno diffuso una nota in cui hanno spiegato che «la cosa più importante adesso è accalappiare i cani responsabili dell’aggressione. Il Comune ci lavora incessantemente da tre mesi, insieme alle ditte incaricate, la Dog Village e la Porziuncola di Catania, ma senza fortuna, perché purtroppo c’è qualcuno che porta loro da mangiare quotidianamente. Così il branco è cresciuto, da Macchitella si è spinto fino a Montelungo e alla spiaggia e nessuno degli animali, poiché sazi, va nelle trappole installate e riempite di esche per agevolare la loro cattura».

Sovralimentazione e assenza di un piano di gestione del randagismo: i nodi dietro l’aggressione

Informazioni più dettagliate sul numero di cani che fanno parte del branco, sul contesto e sull’ambiente in cui vive non state diffuse però. Per capire meglio la dinamica e cosa sia successo, Kodami ha contattato Biagio Giuffrida, il responsabile del centro cinofilo La Porziuncola, punto di riferimento in Sicilia per la gestione del randagismo e per il continuo lavoro di recupero di cani liberi per sterilizzazione o cure mediche e successiva reimmissione sul territorio.

La prima cosa che Giuffrida ha voluto chiarire è di sapere molto poco del caso di Gela (smentendo di fatto quanto dichiarato dall’amministrazione), se non quanto trapelato sui giornali e di aver scoperto la situazione direttamente sul territorio durante il primo – e sino a oggi unico – sopralluogo.

«Siamo stati chiamati dal Comune per la prima volta il giorno stesso, nonostante la distanza, per risolvere questa situazione. Che però non è affatto di facile risoluzione – spiega Giuffrida, chiarendo un elemento per lui fondamentale – Il Comune di Gela è convenzionato con un canile di recente costruzione e in due anni ha fatto ricoverare 300 cani che ancora sono al suo interno. È un numero impressionante, che lascia intuire l’assenza totale di un piano di gestione del randagismo e anche di consapevolezza. Il Comune, per esempio, non sembrava sapere che non è la struttura che stabilisce la reimmissione sul territorio dei cani ma che è la stessa amministrazione che deve richiederla e disporla».

Fatta questa premessa, Giuffrida è passato ad analizzare la situazione che si è trovato davanti durante il sopralluogo: «Gli amministratori non hanno mai gestito il fenomeno del randagismo e questi cani in particolare. Da ciò che sono riuscito a ricostruire i soggetti che hanno aggredito mamma e figlio sono tre, e fanno parte di un branco più grande di 12 che si muove in un areale molto ampio. Siamo scesi sino al mare dal sentiero che presumibilmente i cani hanno percorso per arrivare in spiaggia e abbiamo trovato una macelleria a cielo aperto: cotenne, resti di ossa, avanzi di ogni genere. Questi cani sono sovralimentati e a ogni ora del giorno e della notte trovano cibo. E questo è un grosso problema, anche a livello logistico, perché avere per loro così tante risorse a disposizione significa non avere modelli comportamentali fissi: loro sanno che in quel punto trovano sempre da mangiare e giustamente tornano».

«Comportamento molto anomalo per un gruppo di tre cani»

Entrando poi nel merito dell’aggressione, Giuffrida ammette di non essersi potuto ancora fare un’idea precisa: «Abbiamo ricevuto una serie di informazioni da parte di residenti, volontari e amministratori – spiega – Ci hanno riferito che tre cani, pare gli stessi, avrebbero nello stesso giorno aggredito alcune pecore di un pastore e che ne avrebbe uccise due. Ma anche qui l’informazione non è ancora stata verificata né confermata. Non sappiamo dove siano: io non ho avuto modo di vederli di persona, ho visto solo video e foto che mi hanno fornito volontari e residenti. Certo è che il comportamento descritto è molto anomalo».

Anomalo, prosegue Giuffrida, perché «all’interno del branco, con l’eccitazione che vi matura in determinate situazioni, può accadere che si verifichi un’aggressione. Ma nel caso della spiaggia i cani erano tre, non un branco ma un gruppetto: o sono estremamente aggressivi o c’è stato qualcosa o qualcuno che ha eccessivamente agitato la situazione fungendo da detonatore. Non abbiamo ancora abbastanza informazioni e non abbiamo neppure iniziato a lavorare, anche perché la cattura è un percorso complesso e lungo. Non si può pensare di arrivare, avvistarli e catturarli in un giorno. Questi cani sanno anche cosa sono le gabbie trappola, sono disseminate in zone che conoscono bene e hanno imparato a stare lontani. Quello che facciamo noi è molto diverso: prima di procedere con la cattura studiamo i cani, ne osserviamo comportamento e abitudini e poi ipotizziamo la migliore strategia sulla base dei dati in nostro possesso».

Nel caso dei cani di Gela, il problema principale è che difficilmente li si potrebbe attirare con il cibo. Non vi sono punti fissi di approvvigionamento e non essendoci una politica di gestione del randagismo questi cani non vengono sfamati “ufficialmente” ma comunque ci sono una o più persone che a diverse ore del giorno e della notte spargono cibo in abbondanza. Il primo passo per catturarli dovrebbe quindi essere quello di fermare coloro che danno loro da mangiare e avviare un’alimentazione controllata: posizionare il cibo in un solo punto, per un periodo limitato di tempo, in modo da spingere i cani ad arrivare in un singolo luogo a orari precisi stabiliti dagli esperti.

«Questo significa che servono volontari preparati, formati da noi, e richiede tempo – conclude Giuffrida – Serve tempo, servono risorse e serve che il Comune abbracci questa politica. Non solo: il mio scopo non è catturare questi cani per rinchiuderli in canile e gettare la chiave, ma trovare per loro contesti adeguati ai loro bisogni. Catturarli per chiuderli in canile significa per me fallire su tutta la linea».

*La foto in apertura è un’immagine d’archivio, non sono rappresentati i soggetti coinvolti nell’evento descritto. 

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